16 aprile 2017

Pasqua

È Pasqua, e le previsioni meteo danno bel tempo. Dall’entroterra, i cittadini si riversano sul litorale più prossimo: i milanesi in Liguria, i romani a Ostia, e così via. Il sole è tiepido, si può azzardare una focaccia seduti sulla spiaggia: via il giubbotto, la bottiglietta d’acqua appoggiata ad una pietra, ci si piega lente e circospette, tenendosi il retro dei pantaloni con una mano per non scoprire i reni, fino al punto di non ritorno, e plaf! Ci siamo goffamente abbandonate sulla sabbia.

Un gesto banale, quotidiano. Eppure, l’insidia è dietro l’angolo: non sappiamo come, non ce ne siamo accorte, ma i nostri scarponcini, le nostre tasche, la nostra borsa, sono già invase dalla sabbia. Certo, non una quantità di sabbia paragonabile alle dune infernali dei sedili posteriori della macchina in agosto: diciamo una quantità pari a tre-quattro cucchiaini da caffè. Tanto basta perché quella sabbia ci accompagni fino al cambio di stagione degli armadi.

Non esisterà lavatrice, lavanderia, aspirapolvere da cucina, rivoltamento di tasche che tenga. Lei ci accompagnerà, a ricordarci la scampagnata dalla quale siamo tornate col raffreddore, perché alla fine i reni si sono scoperti lo stesso, e la sabbia ci si è infilata pure lì.